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Alberto Venturini — Il valore delle risorse umane
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Non ricevi mai un feedback dopo il colloquio. Il problema non è dove pensi.

Non ricevi mai un feedback dopo il colloquio. Il problema non è dove pensi

Colloquio di lavoro  ·  5 min di lettura

. è .

Aspetti. Giorni, a volte settimane.

Poi ti convinci che forse hai detto qualcosa di sbagliato, che forse il CV non era abbastanza, che forse non sei stato abbastanza convincente nell’ultima risposta.

Sbagliato.

Il silenzio che ricevi dopo un colloquio raramente dipende da ciò che hai fatto o detto in quella stanza.

Dipende da come funziona il processo dall’altra parte.

E capirlo cambia tutto.


Il colloquio di selezione non è una conversazione simmetrica

Molti candidati arrivano al colloquio convinti che si tratti di un incontro paritario: tu ti presenti, loro valutano, e a fine processo comunicano l’esito.

Ragionevole. Ma non è così che funziona nella maggior parte delle organizzazioni.

Il colloquio di selezione è uno strumento a uso dell’azienda, strutturato per raccogliere informazioni predittive sul comportamento futuro del candidato (Zerilli, 1994; Gandolfi, 2003).

La comunicazione dell’esito non è parte integrante del processo. È, nella maggior parte dei casi, una cortesia discrezionale.

E le cortesie, sotto pressione operativa, sono le prime a saltare.


Un processo di selezione tipico prevede più fasi: screening curriculare, primo colloquio conoscitivo, eventuale assessment center, colloquio tecnico con il responsabile di linea, valutazione comparativa tra candidati, decisione finale (Boldizzoni, 2002; Management delle Risorse Umane, Bruni et al.).

Ogni fase introduce variabili.

Il responsabile di linea ha cambiato priorità. La posizione è stata congelata. È arrivata una candidatura interna. Il budget è stato ridiscusso. Il processo si è allungato per ragioni organizzative che non hanno nulla a che vedere con te.

Nel frattempo, dall’altra parte, tu aspetti. E interpreti il silenzio come un giudizio.

Non lo è.

Il silenzio è, quasi sempre, un segnale di disorganizzazione o di sovraccarico operativo, non una valutazione sulla tua persona.


Il vero problema: stai leggendo il segnale sbagliato

Quando un candidato non riceve feedback, la risposta automatica è cercare l’errore in sé stesso.

Questa è una distorsione cognitiva precisa: il confirmation bias applicato all’autovalutazione. Si cerca conferma della propria inadeguatezza in un dato — il silenzio — che non la contiene.

Il risultato è doppiamente dannoso:

▪ Si entra nel colloquio successivo con un carico di insicurezza costruita su prove inesistenti.

▪ Si modifica la propria presentazione in risposta a un feedback che non è mai arrivato.

Ma c’è un secondo livello del problema, più sottile.

à. Rivela molto sulla qualità del processo di selezione di quella organizzazione.

E questa è un’informazione utile. Se sai leggerla.


Cosa dice davvero il silenzio di un’organizzazione

Un processo di selezione è, tra le altre cose, la prima interfaccia reale che un candidato ha con la cultura aziendale.

Come un’azienda gestisce le comunicazioni verso i candidati — inclusi quelli non selezionati — è un indicatore della qualità dei suoi processi interni e del rispetto con cui tratta le persone.

La letteratura HR sul candidate experience è consistente su questo punto: la percezione negativa del processo di selezione si traduce in danno reputazionale misurabile sull’employer brand, soprattutto in mercati del lavoro dove i candidati sono anche potenziali clienti o referenti (Aguinis, 2013).

Detto in modo diretto: un’azienda che non trova il tempo di comunicare l’esito di un colloquio probabilmente ha gli stessi standard nella gestione delle persone al suo interno.

Non è una condanna. È un dato da valutare.


. .

Non puoi controllare se un’azienda ti darà un riscontro.

Puoi controllare se trasformi il silenzio in informazione utile o in narrazione autolesionista.

Ecco tre spostamenti cognitivi e operativi concreti:

Chiedi in anticipo. Prima che il colloquio finisca, domanda quali sono i tempi previsti per il processo e come verrà comunicato l’esito. Non è pressione. È gestione delle aspettative. Chi non sa rispondere probabilmente non ha un processo strutturato.

Definisci una scadenza interna. Se entro la data comunicata non hai notizie, invia un messaggio di follow-up sobrio e preciso. Un solo follow-up. Poi considera il silenzio come risposta e vai avanti.

Non modificare la tua presentazione sulla base del silenzio. Se non sai cosa non ha funzionato, non puoi correggerlo. E spesso non c’è nulla da correggere.


Una nota per chi si occupa di selezione

Se leggi questo articolo da un ruolo HR o manageriale, il messaggio è semplice.

Il costo del silenzio non è zero.

Ogni candidato che esce da un processo senza feedback è un contatto che ha avuto un’esperienza negativa con la tua organizzazione. In mercati dove reputazione e passaparola contano, questo ha un valore economico reale, anche se non viene mai misurato.

Strutturare una comunicazione minima e standardizzata per i candidati non selezionati non è una gentilezza. È una scelta di governance dei processi HR.


In sintesi

Il silenzio dopo il colloquio non è un giudizio.

È, nella quasi totalità dei casi, il risultato di processi non strutturati, sovraccarico operativo e priorità organizzative che non ti riguardano.

Smettere di leggerlo come un messaggio sulla tua adeguatezza è il primo passo per gestire una ricerca di lavoro con metodo invece che con ansia.

E il metodo, nel mercato del lavoro, fa la differenza.


Se è la prima volta che leggi un mio post: sono Alberto e lavoro con candidati in transizione su riposizionamento di carriera, personal branding e strategie di ricerca attiva.

Uso LinkedIn per confrontarmi con persone che affrontano questo percorso con testa e determinazione.

Se anche tu sei in questa fase, scrivimi.


Riferimenti bibliografici

Zerilli A. (1994), Reclutamento, selezione e accoglimento del personale, Franco Angeli, Milano.

Gandolfi G. (2003), Il processo di selezione: strumenti e tecniche, Franco Angeli, Milano.

Boldizzoni D. (a cura di, 2002), Management delle risorse umane, Il Sole 24 Ore, Milano.

Aguinis H. (2013), Performance Management, 3rd ed., Pearson, Upper Saddle River.

Bruni A., Gherardi S. (2007), Studiare le pratiche lavorative, Il Mulino, Bologna.