
Nel medio periodo questo genera tre effetti strutturali.
1. Il ruolo perde autorevolezza, perché tutti capiscono che non decide davvero.
2. I collaboratori si demotivano, perché percepiscono incoerenza tra responsabilità dichiarata e potere reale.
3. La tensione si scarica sull’anello più esposto, che diventa il parafulmine di scelte che non controlla.
Non è un problema di competenze individuali, non è un problema di atteggiamento bensì un un problema di architettura organizzativa.
Un ruolo funziona solo quando responsabilità, autonomia, e processo decisionale sono allineati. Se manca l’autonomia, la responsabilità diventa una finzione. Se manca il processo decisionale chiaro, l’autonomia diventa arbitrio. Se manca la responsabilità, l’organizzazione entra nell’ambiguità. Quando uno di questi elementi si rompe, l’azienda entra in cortocircuito: rallentamenti, conflitti interni, escalation continue verso la direzione, micro-controllo e perdita di accountability diffusa. Le aziende solide non lavorano per delega simbolica. Lavorano per delega reale. Definiscono confini decisionali, chiariscono le soglie di autonomia, strutturano processi che rendono le scelte leggibili e difendibili. La vera maturità organizzativa non si misura da quante responsabilità vengono assegnate, ma da quanta reale capacità decisionale viene trasferita.
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